E’ nullo l’avviso di accertamento notificato prima del decorso dei 60 giorni dalla chiusura delle operazioni di verifica

E’ nullo l’avviso di accertamento notificato prima del decorso dei 60 giorni dalla chiusura delle operazioni di verifica?
E’ nullo l’avviso di accertamento notificato prima del decorso dei 60 giorni dalla chiusura  delle operazioni di verifica senza le specifiche ragioni di urgenza.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 27732 del 30 ottobre 2018, secondo  cui, tuttavia, come nel caso di specie, non rilevano a favore del contribuente le successive
attività svoltesi presso l’Ufficio e presso terzi. Grazie a questo ultimo aspetto, l’Agenzia delle  entrate è riuscita a vincere il ricorso, ribaltando la decisione della Commissione
tributaria regionale.
Accertamento dopo l’accesso nei locali destinati all’ esercizio dell’attività di geometra: Atto nullo per il mancato rispetto del termine dilatorio per l’emissione dell’avviso di accertamento.
Il fatto
L’Agenzia delle Entrate ricorre in cassazione contro la sentenza della CTR dell’Emilia Romagna, che in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per Irpef, Iva,
Irap, per maggior reddito da lavoro autonomo accertato nei confronti di un geometra, a seguito di accesso, controlli generali e incontri con il contribuente, ha accolto l’appello del
contribuente, ritenendo sussistente la dedotta violazione dell’art. 12 L. 212/2000, trattandosi di accertamento notificato prima del decorso dei sessanta giorni dalla chiusura
delle operazioni di verifica, in assenza di specifiche ragioni di urgenza.
La decisione
La Suprema corte ha, prima, premesso che la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, dispone, al comma 7, che: “Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e
contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni
osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare
e motivata urgenza”. Le SS.UU. n. 18184 del 29.7.2013, seguite da numerose sentenze delle sezioni semplici (n. 16336 del 2014, n. 22786 del 2015), hanno statuito che la norma citata
deve essere interpretata nel senso che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento – termine decorrente dal rilascio al
contribuente, nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività, della copia del processo verbale di chiusura
delle operazioni – determina di per sé, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, l’illegittimità dell’atto impositivo emesso “ante tempus”. La sanzione di invalidità dell’atto
tributario, in quanto emanato in difformità dal modello legale ed inficiato da vizio di legittimità “di particolare gravità, in considerazione della funzione, di diretta derivazione
da principi costituzionali, cui la norma stessa assolve”, viene individuata nella duplice esigenza di garanzia del contribuente (posto in grado di partecipare al procedimento
formulando le proprie osservazioni e gli opportuni chiarimenti) e di efficienza dell’azione amministrativa (impedendo alla PA di formulare, inutilmente, rilievi e pretese che
attraverso la mera collaborazione del contribuente vengono a risultare del tutto infondati).
Quanto alla ratio della norma citata, le S.U. (n. 24823/2015) hanno confermato che il detto termine dilatorio tende a tutelare il contraddittorio a fronte degli elementi raccolti in sede
di accesso, con ciò direttamente correlando al principio del contraddittorio la previsione del termine, che trova la sua giustificazione nella possibilità di interlocuzione fra il Fisco e
il contribuente, al fine di consentire a quest’ultimo di opporre le sue ragioni e produrre documentazione per evitare l’emissione dell’atto accertativo e/o diminuire la eventuale
pretesa tributaria. Tuttavia, tale interesse non viene ritenuto sussistente nel caso di specie, nel quale l’Ufficio, dopo l’accesso presso i locali del contribuente, conclusosi con la redazione del pvc, firmato da quest’ultimo, aveva proceduto ad ulteriori verifiche sulla base di una istruttoria interna, quale aggiuntiva ed autonoma attività rispetto all’accesso.
Pertanto, ha concluso la Cassazione, non assumono rilevanza, ai fini della tutela del contribuente approntata dall’art. 12 comma 7 della L. 212/2000, le successive attività
svoltesi presso l’Ufficio e presso terzi (come le indagini finanziarie, sulle quali sono state chieste giustificazioni al contribuente, che le ha fornite). Per questo, in conclusione, la
Cassazione ha poi accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate, rinviando alla C.T.R. per la determinazione delle spese.

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